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35 anni da lettore

di Alessandro Biggio

Ricordo perfettamente il giorno del mio settimo compleanno. Era la primavera del 1981 e per la prima volta, ricevetti in regalo alcuni libri. La stranezza che mi colpì quel giorno e che ancora oggi mi rende indimenticabile quell’evento, fu che ricevetti il regalo direttamente dalle mani di mio nonno Mario. È stato il primo regalo che mi fece... e anche l’ultimo (e non perché abbia terminato anzitempo la sua esistenza, tutt’altro!).
Di solito quello di acquistare i doni per qualunque ricorrenza era il compito della nonna: era casalinga e di conseguenza responsabile di tutte le incombenze della famiglia, quotidiane o straordinarie che fossero. Di solito la nonna, come probabilmente facevano molte delle nonne di quegli anni, regalava ad ogni festa comandata o ricorrenza, i vestiti (della crescita). Sì, vestiti, di una taglia più grossa, di solito scelti insieme e ampiamente in anticipo rispetto alla data della ricorrenza (radendo al suolo, di conseguenza, ogni effetto sorpresa), nell’unico negozio di abiti per bambini del quartiere. Spesso si trattava di pantaloni (talvolta di lana senza fodera... e chi ha avuto la fortuna di vivere in quegli anni ha presente il pizzicore che quel materiale provocava sulle nostre gambe di bambino), altre volte di maglioni e, nelle situazioni più fortunate, delle prime felpe (erano gli anni ottanta, quelli dei primi esperimenti stilistici che poi avrebbero spopolato tra paninari &co: Americanino, Stone Island, Best Company).
Come potrete immaginare, un bambino riceve in regalo un vestito, con lo stesso entusiasmo con cui un soldato riceve il rancio al fronte. Sono convinto che il nonno, nel tempo, si fosse accorto di questo e avesse capito che non esiste felicità a sette anni provando un dolcevita colorato o un gilet verde bottiglia. E siccome i giocattoli poi... ”li usi una volta e non li guardi più”, decise quell’anno, su suggerimento di mia madre, di acquistare in una cartoleria affianco al suo ufficio, tre libri che non avrei più dimenticato. Si trattava dei miei primi libri, la chiave di ingresso nel mondo delle creature evolute, la liberazione dalla schiavitù televisiva creata dai programmi delle prime emittenti commerciali, una delle prove d’esame a cui il mondo degli adulti mi avrebbe sottoposto per valutare il mio grado di crescente “maturita’”. Il cofanetto conteneva una trilogia di libri di Isaac Asimov per ragazzi, libri che narravano avventure di robot, costruzioni di astronavi e scoperte di nuovi mondi, un argomento che probabilmente a mio nonno era parso abbastanza “progredito” per quel suo nipote posato, studioso e ben educato (come usavano ripetere tutti i parenti che mi incontravano in quegli anni).
In realtà non rimasi folgorato dalla potenza narrativa dello scrittore sovietico ma grazie a lui e a quei primi tre volumi iniziai a sperimentare la forza dell’immaginazione, un’abilità troppo sopita da anni spesi a rimpinzarmi in maniera passiva, di cartoni animati giapponesi e serie televisive americane.
Da quel 1981 non ho mai smesso di leggere. Ovviamente la mia carriera di lettore ha attraversato momenti molto diversi: dai mesi bulimici delle vacanze scolastiche alle settimane di astinenza degli anni dell’adolescenza, dalle intere collane di gialli divorate in un fiato ai mesi spesi su saggi economici filosofici e psicologici. Ogni momento della mia vita è stato scandito da alcuni libri: ricordo le copertine dei gialli di Agatha Christie nelle edizioni economiche Mondadori messe nello zaino delle vacanze degli anni delle medie, o le avventure di Dirk Pitt nei romanzi di Clive Cussler divorate sull’autobus, piegando pagine su pagine, mentre andavo all’Università. Ricordo i brividi lungo la schiena leggendo la sera nel buio della mia stanza le storie di Stephen King e Clive Baker, e le emozioni che mi hanno provocato i racconti di scrittori italiani contemporanei in cui ritrovavo i sapori, gli odori, i luoghi in cui ho vissuto e vivo tutt’oggi.
Mi piace pensare che questa mia passione abbia plasmato la mia personalità tanto quanto gli eventi principali della mia esistenza: sono curioso, mi piace inventare, non mi accontento mai, desidero sempre cose nuove, vivo di emozioni.
Da quando sono diventato genitore ho cercato, devo dire con alterne fortune, di insegnare alle mie figlie l’importanza della lettura. Loro stanno partendo con più calma rispetto ai miei anni ottanta, ma sono fiducioso: dico sempre che una vita senza un libro è come la Gioconda senza il quadro.



biggio 

Alessandro Biggio,  44 anni (inutile nascondere l'età, tanto la scoprireste comunque leggendo), lavora nel mondo della vendita al dettaglio (dire Retail è molto più internazionale ma altrettanto incomprensibile) e dei Ristoranti occupandosi di Marketing e di Vendite. È un musicista dilettante, un lettore onnivoro e accanito e da qualche anno lavora in un'azienda che si occupa di Cinema. Tutto questo è il segno probabilmente che le arti sono un fil rouge importante della sua vita. È sposato, ha due bambine, e malgrado tutto riesce a ritagliarsi un po' di tempo per le sue passioni che cerca di trasmettere e di coltivare con loro. Da 5 anni è consigliere della Fondazione Lucrezia Tangorra Onlus.

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